sabato 28 gennaio 2012

Fai da te / Fai tante date (Parte 11) Work in progress...

Fontanelle Work in progressLa parte precedente terminava con una domanda, la cui risposta potrebbe sembrare banale, al contrario di quanto ci vogliono far credere si ascolta poca musica, per questo si dovrebbe tornare ad ascoltarne seriamente e in maggior quantità e qualità, per poi scaricarne di meno, tornare ad innamorarsi di dischi da ascoltare con assoluta calma. In questa era dell'abbondanza essendoci troppa gratuità in giro si da poco valore ai lavori altrui, sminuendo alcune sacrosante regole sul rispetto per i diritti degli autori ed editori iper-indipendenti. Ma non è affatto semplice, soprattutto ultimamente che sembra proprio che non quadri più nulla. Alcune etichette indiependenti più piccole hanno scelto di chiudere i battenti, forse nel momento di maggiore attenzione nei loro riguardi. Anni di lavoro che il più delle volte finivano nelle sole mani di amici e conoscenti, lavori creati su misura di un pubblico di nicchia con investimenti, seppur importanti, ben volentieri sprecati. Un lavoro precario che non tutti si possono permettere, ma che a quanto pare in un dato periodo culturale il nostro paese ha offerto, con tante produzioni degne di nota, ma nello stesso momento andava a farsi fottere lo spirito DIY. Perché in realtà sembra l'esatto contrario, sembra di essere in un periodo florido e ricco di opportunità, le statistiche parlano di un incremento di vendite di vinili, ma le statistiche dicono a bassa voce che i negozi di dischi pian piano sono scomparsi del tutto, le statistiche dicono che i downloads di dischi hanno incrementato la vendita dei dischi, e dopo alcuni anni le etichette più fragili chiudono e i siti di file sharing vengono oscurati. E in tutto questo sono nati tanti nuovi festival, e nello stesso tempo tanti club e locali chiudono, vengono soppiantati successivamente dai circoli privati che spuntano come funghi, ma che spesso non danno l'opportunità a giovani band di esibirsi, per ragioni economiche. Ci sono delle incongruenze spaventose, si continua a produrre senza se e senza ma, ognuno apparentemente libero di far ciò che gli aggrada, ma ci sarà mai qualcuno che sceglie di opporsi sul serio, o vogliamo rimanere in silenzio? Pare che non si riesca a rinunciare di far parte di un sistema che a tutti sta abbondantemente antipatico, si chiude un occhio, si pensa in grande, si attuano progetti costosi al fine di stupire. Etimologicamente parlando, il verbo stupire ha il senso di star fermo, immobile, attonito sinonimi appunto di essere stordito, ergo, sta proprio qui il "nesso" nel continuare a vendere, come se nulla fosse e tutti vissero infelici e scontenti. È logico che se lo scopo principale è quello di "resistere" i risultati saranno sempre gli stessi, audiolettici non ci si nasce, ci si diventa, e non ci si accontenterà mai, perché gli effetti sorpresa dureranno poco, passato il momento magico è come se non ci fosse più nulla. La domanda è ancora la stessa: di cosa si ha realmente bisogno?
Non è bello condividere con altri i propri insuccessi, per questo motivo si fanno delle grandi pressioni ai "critici" chiedendo loro di parlare delle loro "fatiche" - convinti ancora che sono loro a veicolare il mercato - si spendono fior fior di risparmi per inviare i propri dischi per essere recensiti, e se questi "critici" dovessero fare il loro lavoro stroncandoli ci si accanirà nei loro confronti come delle bestie fuoriose, al posto di prenderne atto della critica, abbassando la cresta e cercare di migliorarsi in futuro in modo costruttivo. Ma c'è da essere ottimisti, non è mica il momento di essere obiettivi? È con ottimismo che vorrei sapere perché in Italia sono più i gruppi esteri ad esibirsi e non quelli emergenti italiani. È con ottimismo che cerco di capire perché le distro preferiscono importare dischi di nicchia di altre nazioni per farli diventare un caso nel nostro. È con ottimismo che mi chiedo perché si freme più per l'uscita di un gruppo nord europeo e non per uno che fa lo stesso genere e prova tutti i giorni vicino casa nostra. È con ottimismo che uso il malsano Youtube per proporvi il primo musicista che ho beccato in questo momento su Facebook: (clicca qui). La faccenda è complessa, facciamo un esempio concreto, c'è un artista X che per anni tiene in sospeso un "progetto" (che brutta parola), meglio considerarlo un lavoro a metà, che più per principio viene costretto a repentini ritardi di produzione, assenza di budget, assenza di forza lavoro, quindi mancanza di idee e motivazioni, per cui X è fermo. Chi e cosa sta aspettando? Sta attendendo quel famoso treno che ti piglia e ti porta a destinazione, fermo restando che ci sia una destinazione. Ma per riprendere il discorso di prima del video che ho preso a caso, non so se a voi vi sembra tutto un ricopiarsi a vicenda, poche idee in circolo, nessuno che si applica al "impara l'arte e mettila da parte" invece di far vivere un copia copia (ed incolla) generale, e poi dicono tanto male ai cinesi che ci copiano i marchi italiani. Ecco perché quando importiamo arte sembra di essere più soddisfatti, la paghiamo cara questa fittizia soddisfazione nell'ascoltare prevalentemente musica importata. Ora per capirci, trovatemi la differenza tra il video pescato dalla rete a caso e questo scelto accuratamente:



Trovo l'Italia indietro anni luce rispetto, ad esempio ai paesi scandinavi, dove risiedono un grande numero di band, o meglio collettivi di musicisti che hanno un modo di concepire la loro musica fuori dai nostri schemi, questo dipende molto dal modo in cui è strutturata la loro società, sicuramente meno competitivia della nostra. Le ambizioni sono diverse se lo spirito è quello di condividere con altri musicisti momenti di creatività appunto collettive. In Italia ci sono alcuni casi, ma poco rilevanti da poterli comparare con gli artisti nord europei. La particolarità italiana risiede dal fatto che è come se non esistessero questi collettivi, vi faccio alcuni esempi, L'Arsenale (Federazione Siciliana delle Arti e della Musica), e il Collettivo Angelo Mai di Roma, non vi sto parlando di gente che risiede nell'immaginario collettivo, ma di artisti che percorrono vie diverse di aggregazione sociale, quindi considerati solo underground.
In Italia abbiamo importato con piacere i Broken Social Scene, un collettivo composto da 19 musicisti canadesi che anni fa fecero le prime date italiane tutte esaurite senza vendere ancora un album nel nostro paese, vero è che questo è tutto merito della rete, ma dovrebbe essere il contrario, chiediamoci invece perchè sono le band del nostro paese ad avere difficoltà. È solo una questione di... qualità? Eppure di qualità nel nostro paese ne circola, parte di essa non è sempre presente nel territorio, data la grande "fuga di cervelli" che c'è stata in questi ultimi anni, di artisti che vanno a vivere in grandi città estere, questo perché, facendo un esempio preciso la Finlandia a differenza nostra concede l’undici per cento del suo Pil alla cultura, mentre noi solo l'uno. In Italia è impossibile lavorare nel mondo della cultura, altro che progresso.

L'immagine presente in quest'articolo è una fase lavorativa dei collage realizzati a mano da: Fontanelle
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