mercoledì 25 aprile 2012

"In galera per una canzone?" dal libro: Gli ultimi saranno i primi di Nicola Auriti


Gli ultimi saranno i primi è forse il libro che più mi ha rapito e catapultato nel passato del nostro paese, la storia di Guardiagrele e dei suoi abitanti raccontata in un romanzo che inizia nel 1921 e termina trent'anni dopo. Una [...] "sapiente e minuziosa ricostruzione di un angolo di vita di Guardiagrele, con la sua dolorosa umanità e le sue miserie, i suoi protagonisti e le sue comparse. La piccola storia del paese si intreccia e fonde, poi, con quella più grande della nazione. Il romanzo ci presenta: la nascita della sezione del partito comunista e del fascismo; lo sfollamento, i partigiani della Brigata Maiella e la liberazione di Guardiagrele; le dure conseguenze della seconda guerra mondiale, la miseria, l'emigrazione". Nella presentazione del libro, curata da Mario Palmerio leggo che: "Gli eventi raccontati sono veramente accaduti; le persone, chiamate con il nome proprio, spesso per nome e cognome o con un soprannome, sono veramente esistite".


Non mi resta che riportarvi fedelmente un pezzo tratto dal secondo capitolo dal titolo: "In galera per una canzone"? spero fortemente che vi faccia riflettere. Buona lettura!



 [...] Luigino Ferrari stava dirimpetto a dove Antonio imparava il mestiere; faceva il birocciaio e aveva sempre una sfilata di ruote fuori di bottega in piedi contro il muro; quando al ragazzo girava l'elica prendeva una di quelle ruote e si metteva a rotolare nei dintorni. Mastro Luigino era sui sessanta, piccolo di statura, affabile, ma coi nervi a molla che scattavano al primo soffio di corrucciamento, perciò è facile immaginare quanti e quali strilli e accidenti mandasse dietro a quello scatenato di mio fratello. Quando Mussolini venne a Bocca di Valle a visitare la tomba dell'eroe Andrea Bafile collocata nella caverna ai piedi della Maiella, Antonio si arrampicò sul fianco della montagna e fece rotolare un macigno che per un filo non maciullò un giovanotto del paese detto Lo Studente. Un giorno in Via Tripio montò in groppa al cavallo di Aquilana, lo mise al galoppo, ma il cavallo scivolò su un tombino di ghisa e lui cadde slogandosi una caviglia. A tavola papà gli diceva: «Non t'abbuffare, mangia da cristiano, non dimenare le ganasce come il bue». A volte gli diceva anche: «Perché tieni le mani in tasca quando parli? Non lo sai che è scostumatezza? A fare così mi sembri Lappone». Lappone era un povero diavolo del quartiere che teneva sempre infilata nella saccoccia la mano paralizzata. Antonio non era incline a comportarsi in un modo ragionevole; si compiaceva di variare l'andamento naturale della sua vita apportandovi bizzarrie anacronistiche. Una volta fece una scalata da vertigine, raggiungendo a forza di mani e punte di piedi la sommità del Torrione; tirato su da quattro muri grossolanamente uguali e sbrecciati qua e là ma dritti come un filo a piombo, il Torrione è alto su per giù come una casa di tre piani; piazzatosi lassù, Antonio si affacciò alle aperture merlate assaporando il panorama intorno a ogni tanto lanciando per sfizio frammenti di muraglia nello spiazzo sottostante; ma quando pensò di tornare a terra non ne fu capace, ebbe paura, e allora cominciò ad invocare aiuto. A riportarlo giù furono gli elettricisti Attilio e Santuccio con la scala Porta; e non la passò liscia in quanto si buscò scoppole e parolacce dalla guardia municipale che si chiamava Domenico ed era soprannominato Setteciuci (sette diavoli) per via del suo carattere diavolesco; era proprio il tipo che ci voleva per Antonio. Con la divisa color cielo arabescata di mostrine rosse e verdi (le grandi feste in altra uniforme con le spalline e bandoliera e sciaboletta appesa al fianco), Setteciuci circolava per il paese a passi nervosi strambi spiritati e con l'aria impettita da sbirro borbonico, sempre a caccia di quei ragazzi che facevano baccano scorrazzando coi trabiccoli cerchi palloni e appena ne scorgeva uno si ficcava due dita in bocca e fischiava come il treno, quindi correva per acchiapparlo; se riusciva nell'intento gli somministrava pedate schiaffi parolacce e sequestrava la merce, se no gli mandava dietro una solfa di «figlio di puttana», «ti prenda un accidente!», «morto di fame», «disgraziato!». Se un bambino faceva le bizze lo si metteva a tacere dicendogli: «Ora vado a chiamare setteciuci! Vedrai che ti succederà». In paese c'era anche Luigi, l'altra guardia municipale, ma Luigi era di un altro stampo, si faceva i fatti propri, non correva dietro a nessuno. Impaludato in una semplice divisa grigioverde a crescenza e nelle scarpe a tronchetto di vacchetta con le molle ai lati e l'orecchietta dietro, sembrava un attempato soldato di fanteria. Luigi era un uomo modesto, un'umile anima romantica, amava la vita semplice; a farlo contento gli bastavano la pipa di terracotta e il mezzo litro di vino e le arcaiche marcette che tirava fuori dalla sua chitarra.

      La vigilia di Natale papà diede al figlio cinque lire e fece: «Portale a mastro Cipriano. Le scarpe te le ha rosolate da un pezzo; ci sono le feste, ha diritto di essere pagato». Ma il giovanotto se le andò a giocare a zecchinetta con Mosè, Giacinto e Faustino. Mosè era un giovincello brutto come la fame, un tipo da museo col viso lungo e chiazzato da cui pencolava il naso adunco e solferino, pieno di muco e raffreddore. Da ottobre a marzo aveva una lunga sciarpa intorno al collo che gli lambiva la bocca bavosa e portava i mezzi guanti di lana unta e luttuosa per proteggere le dita piene di geloni ulcerati e squamosi. Antonio credeva di poter moltiplicare queste cinque lire come il fatto dei pani e dei pesci, invece ci lasciò le penne. A giocare con quei tre c'era da rimetterci anche la camicia, specie se il mazzo capitava a Faustino che per ingarbugliare le carte era un volpone di primo grado. L'indomani papà uscì in piazza di prima mattina, qui seppe che fine avevano fatto le cinque lire; tornò a casa come una furia, il figlio dormiva come un ghiro, s'era ritirato all'alba; il padre lo trascinò fuori dal letto e giù botte da orbi, e tutto il giorno lo fece stare senza mangiare: era Natale. A mia madre che s'era intromessa dicendogli di perdonarlo, papà rispose biblicamente: «Occhio per occhio, dente per dente»; e continuò: «L'albero che cresce storto durante lo sviluppo, va raddrizzato subito, se uno aspetta quando diviene adulto noccioso fronzuto non riesce più a raddrizzarlo. Il grano germoglia a maggio, bisogna sarchiarlo, toglierci di mezzo loglio ed altre erbacce, e non aspettare oltre, quando il grano è già rovinato». Un mese dopo Antonio ne combinò un'altra delle sue, la più grossa messa in atto sino allora. Erano le nove di sera quando prese il mantello del padre e uscì di casa alla chetichella; fuori c'era mezzo metro di neve, e fioccava ancora. Aveva in tasca i trentacinque soldi della paga settimanale e lì andò a sfontanare con Ario nella cantina di Mariuccilla; e bevi tu che bevo anch'io, un bicchiere tira l'altro, alla fine uscirono di lì ch'erano sbronzi e così scapati imprudenti irresponsabili che si misero a cantare Bandiera rossa. Il canto si sparse lungo le vie, riempì l'aria gelida della notte, attraversò i muri della caserma facendo uscire quei due carabinieri di nostra conoscenza. Ario, che aveva tre anni più di Antonio era meno brillo e molto sveglio di gambe, riuscì a scomparire verso le tenebre di Porta San Giovanni; l'altro fu beccato e condotto a dormire al fresco, sul tavolaccio. Stavolta l'appuntato non fece il fiato grosso e Birilli non perse le fasce.

       Mio fratello aveva in testa anche la frenesia sovversiva, ed era stato suo padre a mettergli quell'idea in testa, a fargliela circolare nel sangue come una forza endògena: era l'unica affinità esistente tra padre e figlio. Prima dell'avvento di Mussolini al potere, Matteotti era stato a Guardiagrele, era salito su un tavolo nella piazza principale e aveva parlato di riscossa alla folla plaudente. La sezione del partito socialista stava sotto la casa di Bucceroni ed era diretta da un certo Antonio Ricci, un devoto difensore della povera classe operaia, un lavoratore che lottava per i diritti del proletariato nella vita sociale. Poi erano venuti i fascisti e i manganelli e l'olio di ricino, erano state bruciate la sezione socialista e la bandiera rossa, dileggiato il pensiero e la coscienza socialista; e qui mio padre diceva che l'ideale, lo spirito di fede, rimangono sempre e non importa se calpestati e doloranti, diceva che non si può distruggere una fede, un ideale. Dalle prime mischie e bastonate papà si era portato appresso il ragazzo perché imparasse sul campo il significato della parola riscossa. Una domenica pomeriggio a Porta San Giovanni c'erano state botte e sparatorie tra socialisti del paese e una trentina di fascisti venuti da Chieti con l'autocarro; alla fine dell'azzufamento, quel rivoluzionario in erba di Antonio era rientrato a casa insieme al padre, aveva il capello forato in cima da un colpo di revolver e se la rideva perché a chi gli aveva fatto quel forellino lui aveva dato in cambio una sassata in faccia; avrà avuto sì e no undici anni. C'era un suo compagno che si metteva su muricciuolo sotto l'orologio della piazza a far discorsi sulla lotta di classe; citando i leaders socialisti Turati, Treves e una certa Anna Kuliscioff nonché il bolscevico Lenin che in Russia era riuscito a distruggere il capitalismo e i pescecani sfruttatori della classe operaia, e chiudeva il panegirico esortando quelle che l'ascoltavano ad essere uniti per annientare l'orda fascista e i suoi proseliti. Quest'oratore della facile parlantina era uno sbarbatello sui tredici-quattordici anni, si chiamava Peppino Borrelli e Antonio faceva il tifo per lui, sempre lì ad applaudirlo e a fare a cazzotti con chi si fosse permesso di fischiarlo. Una volta avevo detto ad Antonio: «Stai sempre attorno a Peppino quando predica in piazza. Ma che ne sa quello lì di lotta proletaria? Figurati! E' un ragazzetto, ha ancora i pantaloni corti!». E lui con un'aria da saputello m'aveva risposto che Peppino era invece un cervello fine trovata la forza di far fuori per sempre il fascismo, Peppino sarebbe diventato sicuramente un pezzo grosso del partito socialista italiano. (Tra parentesi, ora ho il dovere di affermare che questo Peppino Borrelli, quando morì nel 1968, era senatore del partito socialista italiano). Tornando col discorso a quell'epoca, Antonio ubbidiva con giacobina baldanza al grido: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!». Aveva ubbidito (buscandosi una sedia in testa) anche il 1° Maggio del '24 quando con gli altri era corso in difesa del giovane compagno Benfatto detto Bombacci ch'era stato aggredito da alcuni squadristi dinanzi al Caffè Rosica. Di quel tempo mi viene in mente una dìsputa in versi tra due tipi del paese, uno rosso soprannominato Fra Ciccio e un popolare soprannominato Cachesse; il primo, un giovanottone ex conventuale e laureato in legge, aveva chiamato l'avversario, «Professorello pallido e stecchito» sulle colonne del Becco giallo, e il secondo gli aveva risposto sullo stesso giornale: «Se son professor pallido e stecchito / tale mi fecero miei lunghi studi / ma a far di te un ciccioso e rubicondo / furono i pranzi a sbafo al monastero». Ricordo che veniva in paese un professore di Chieti, un certo Torrese, a impartire le direttive ai compagni della locale sezione socialista; Torrese era di statura piccola e gracile, zoppicava come una culla, aveva la cravatta nera a farfalla, il distintivo di falce e martello all'occhiello e gli occhiali a pincenez sul naso minuto e sfrogiato. Quando nel '22 era morto Antonio Ricci le onoranze funebri erano state imponenti: una marea di gente e le corone e la bandiera rossa listata a lutto avevano accompagnato il feretro, e c'erano stati anche un accorato discorso commemorativo dell'avvocato Orlando e un telegramma di cordoglio di Matteotti. Morto Antonio Ricci, suo figlio Eugenio, aveva preso le redini della sezione socialista, dimostrando ben presto una dura grinta combattiva, per questo era stato soprannominato Lo Czar rosso. In paese facevano cronaca anche quelli del partito popolare, capeggiati da un certo Giusto, un uomo di fede, posato, colto. Tra i soclialisti e i fascisti e popolari di tafferugli ne avvenivano, e quel ragazzetto di mio fratello ci si cacciava sempre dentro con una foga cervellina, tanto che una volta si era preso una bastonata tra capo e collo, e forse ne avrebbe prese ancora se una Guardia regia non l'avesse tirato fuori dalla mischia. Ma anche dopo, quando Mussolini era già al potere e aveva tappato la bocca ai dissidenti, il giovincello sovversivo aveva continuato a fare il battagliero; per esempio quando passavano i fascisti in corteo cicalando Eia! eia!eia! Alalà,  lui stava lì a guardarli di sguincio ostentando un sorrisetto di scherno, e allora il capomanipolo vedendo così si fermava intimandogli con cipiglio, di togliersi il cappello e di salutare il gagliardetto con la mano alzata, e Antonio per risposta sputava in terra, gli spifferava in faccia «figlio di puttana, vaffanculo!», e se la dava a gambe. Quel mettersi a ripicco coi fascisti nostrani era un chiodo che papà gli aveva piantato in testa e che in seguito i maestri di bottega Giovanni e Aurelio, gli avevano ribadito.
    In casa si seppe la mattina, dell'arresto di Antonio; la mamma, poverina, cominciò a piangere e a pregare; papà al contrario attaccò a maledire e a bestemmiare; non ce l'aveva con il figlio, bensì col fascismo imperante, soffocatore di liberà di pensiero. Uscì di casa come una furia e andò dal maresciallo, ma questi gli spiegò che non poteva rilasciare il figlio senza l'ordine della autorità politica, e allora si recò alla Casa del fascio, e qui l'occhialuto segretario, dopo aver borbottato «tanto va la gatta al ladro che ci va lo zampino», gli rispose a mezza bocca che non poteva farci niente, quindi di rivolgersi al podestà in quanto solo lui era in grado di decidere se liberare o meno quel reazionario trombettista di canzoni sovversive. Mio padre ingoiò arrotando i denti e corse dal podestà; lo trovò comodamente seduto in ufficio, impaludato nell'orbace nella camicia nera negli stivaloni; era un tipo di mezz'età basso grasso arrogante e sordo come una talpa. Papà gli disse, secco secco: «Hanno messo dentro mio figlio».
«Eh...? Che avete detto?» fece accostando all'orecchio la mano aperta. E l'altro strillando con voce ferma, asciutta, gelida:«Ho detto che hanno messo dentro quel ragazzo di mio figlio».
«E perché l'hanno portato dentro?» chiese il podestà, annoiato.
«Per una stupidaggine. Una cosa da niente».
«Ma come si fa a mettere dentro uno per una cosa da niente?».
«E' quello che mi domando anch'io». Il gerarca risposte, irritato:
«Insomma, spiegatevi meglio. Si può sapere com'è andata?». E papà:
«Be'... Ieri sera mio figlio si mise a cantare una canzone».
«E poi? Andate avanti! Raccontami per filo e per segno».
«E i carabinieri lo portarono a dormire sul tavolaccio. E ora sta ancora lì, nessuno si decide a rimandarlo a casa; è un ragazzo».
«Come! Si schiaffa uno dentro perché canta una canzone?».
«Eppure è successo così». Ribattè mio padre.«Cose dell'altro mondo!», mormorò il podestà svogliatamente.
«Già non si può nemmeno cantare, togliersi uno sfizio».
«Però non mi avete ancora detto che razza di canzone era, che cosa cantava», gli fece il podestà dopo un attimo di accurata riflessione. 
«L'ho detto: era una canzone. Che mondo! Non si può più cantare».
«Va bene; ho capito! Ora ditemi come si chiama questa canzone. Santo Dio! Siete tutti ugiali! Non vi spiegate mai bene. Venite qui solo a fari perdere tempo». E a questo punto mio padre disse, con tepore: «Bandiera rossa; è questo il titolo della canzone».
«Com'è...? Com'è il titolo?... Parlate più forte; non ho capito bene», esclamò il podestà allungando il collo. E papà con voce tonante: «Bandiera rossa». Due parole che erano una miccia carica di sfida: «Bandiera rossa!», sbottò il podestà scuotendosi all'improvviso come se una vespa l'avesse punto a tradimento. E mio padre rimbeccò: «Perché, che c'è di straordinario? Ognuno canta ciò che gli pare».
«Ah sì... E venite qui a dirmelo in faccia?». Era verde di bile.
«E dove ve lo devo dire, allora nel didietro?».  Il suo tono era duro.
«C'è poco da fare lo strafottente, hai capito? Esci subito di qui! Altrimenti faccio sbattere dentro anche te! Sono anni che ti tengo d'occhio, che pendi per un filo!». E papà sbottò, aspro ribelle aggressivo: «Uscire io da qui??? Fare sbattere dentro anche me???»,  e nel giro di un soffio bestemmiò san Rocco, diede un poderoso pugno sulla scrivania e continuò «Prova un po' a ripetere quello che hai detto; ho voglia di risentirlo; su toglimi questo sfizio!».
  «Ora ti faccio vedere io!», strillò il gerarca facendo l'atto di alzarsi, intenzionato a chiamare Angiolino il capo manipolo, il suo braccio destro che stava nella stanza accanto: Ma mio padre, prevenendolo, gli infisse sulle spalle due mani da lottatore, facendolo affondare nella poltrona come una marionetta torchiata.
«Resta qui», tuonò, «non muoverti, per dio! Con me non ti conviene alzare la cresta, tirar fuori gli artigli. Tu mi conosci, sai di che stoffa sono, sangue della madonna! Perciò ora all'istante, promettimi che farai rimettere subito in libertà mio figlio, se no, quant'è vero che sono qui, ti sbatto la coccia contro il muro, come si fa quando s'ammazza un coniglio, parola mia!» e qui gli diede un paio di virulenti strattoni, facendosi ballare, senza volerlo, i riccioli neri sulla fronte. La forza della mani e l'impeto della voce e il lampo degli occhi erano un ritratto pauroso bestiale inumano.
   Ora il podestà tremava come una foglia. La sua arroganza e la sua autorità erano andate a farsi benedire. C'era poco da fare con mio padre. In paese lo sapevano ch'era un antifascista radicato, ma i fascisti non gli avevano mai detto né ai né bai perché s'erano convinti ch'era una gatta difficile da pelare. E se ne convinse anche il signor podestà il quale facendo buon viso a cattiva sorte mormorò rassegnato: «Ti confesso che non ho nessun potere di liberare quel ragazzo; mi devi credere. Ma ti prometto, parola d'onore, che domattina andrò con il postale di filato a Chieti a muovere le acque, insomma a parlare col federale, e magri al prefetto, se sarà necessario. Mi farò sentire; con me non possono far storie; non le faranno col sottoscritto, vedrai! Perciò ti assicuro che domani sera al mio ritorno, tuo figlio sarà liberato».


  E fu di parola. All'imbrunire Aurelio e Tardino si misero ad aspettare sotto la caserma e come Antonio venne fuori lo presero sottobraccio e lo riportarono a casa. Tardino era un comunista, amico intimo di mio padre e Aurelio. Sedettero con noi intorno al focolare; la cucina era rischiarata a malapena dal lume a olio e dal riverbero del fuoco a causa delle abbondanti nevicate che avevano interrotto la luce elettrica. Mio fratello era frastornato, infreddolito; non disse niente, nemmeno una parola su quanto era successo, né gli altri ne fecero cenno. Mia madre, con gli occhi umidi di pianto, si guardava teneramente il figlio e gli accarezzava ora le mani, ora la fronte; mettendogli davanti un tegame di minestra gli sussurrò amorevolmente di mangiare, ma lui rispose di no, sbadigliando disse che in caserma si era riempito di pasta e fagiuoli, che ora desiderava solo dormire. Così dicendo se n'andò a metter a letto.
        Papà offrì da bere ai due amici, chiacchierò con loro di proletariato, di marxismo, di Lenin e Trotzkij e di Mussolini e del suo infame Governo fascista. A un certo punto Aurelio parlò di un anarchico, Enrico Malatesta e di un suo discorso il 17 giugno del '14 ad Ancona e di una carneficina che v'era stata. Tardino raccontò varie cose intorno alla rivoluzione russa del '17 e fece anche un po' di storia sulla nascita del partito comunista italiano avvenuta a Livorno il 21 gennaio del '21. Tornando col discorso alle angherie del fascismo, mio padre citò un proverbio cinese, dicendo, «non è forte chi non cade, ma è forte chi cade e si rialza» e qui Aurelio rispose che nella lotta è sempre meglio rimanere in piedi.

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